Fette di pane “nutellose”!

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Questa notte ho fatto un sogno come non ne facevo da tempo, i più forse non comprenderanno i riferimenti geografici, ma tant’è… non sono quelli i dettagli importanti…

Ero a Benevento, via Posillipo (per intenderci lungo Calore dalla parte dove c’è il Bue Apis), era sera inoltrata forse addirittura notte fonda, passata la mezzanotte molto probabilmente. Non ricordo nemmeno precisamente in compagnia di chi fossi, però mi ricordo che c’erano diverse persone che conoscevo sia personalmente che di vista.
La “movida beneventana” stranamente era concentrata lì, a partire dall’incrocio coi semafori tra ponte Calore e Corso Vittorio Emanuele, fino ad arrivare alla Torre piccionaia (o colombaia?) prima della curva del Bue Apis; una serie di localini un po’ tipo come ci sono nel centro di Salerno, solo che lì hanno il mare, e noi solo il fiume…

Comunque, mentre giravo lì attorno e stavo parlando con una ragazza che presumo sia stata una mia compagna di università alla triennale, noto diverse persone appoggiate dalla parte del fiume tipo come quando ci sono i fuochi d’artificio nell’ultima sera della Festa della Madonna delle Grazie, solo girate dalla parte della strada e non che guardavano verso il fiume. Ad un certo punto, mentre sto parlando con questa vecchia amica (che ora non ricordo nemmeno chi fosse visto che aveva un volto sconosciuto) vedo una ragazza incosciente della propria situazione, in compagnia di loschi individui: avete presente quei quei ragazzi di buona famiglia, ma dai comportamenti da mezzi criminali, come se a loro fosse tutto dovuto? Ecco, proprio quelli là. La ragazza semi svenuta tanto era in piedi perché mantenuta appunto da queste persone, appoggiata addosso a loro che avevano le chiappe sul muretto del lungo calore.
Questo gruppetto di ragazzi tra i 20 e i 30 anni probabilmente ubriachi se non addirittura drogati, volevano approfittarsi di questa ragazza e non ero a conoscenza del fatto se fossero stati loro a drogarla o a farla ubriacare, o se l’avevano trovata direttamente così.

Aguzzo lo sguardo, e riconosco nella figura della ragazza incosciente i lineamenti di una persona a me conosciuta: è Lei.
Immediatamente mi congedo dall’amica con cui mi stavo intrattenendo a parlare e mi fiondo in direzione di questo gruppetto di ragazzi; senza dire loro alcunché, la tiro a me e la prendo in braccio.
Mi allontano da tutto e da tutti, e inizio ad andare a piedi verso casa di Lei che nel frattempo si è avvinghiata fiduciosa a me, come quei bambini che di sera, dopo essersi scatenati a giocare, si fanno portare in braccio dai genitori a casa fino nel proprio lettino.

Attraverso a metà il ponte Calore, Lei fino a quel momento non aveva detto niente, e nel frattempo rimuginavo tra me e me: “Ma come mai si trovava lì con quelle persone? e dov’è il suo ragazzo, o qualche altro amico che conosco? E’ mai possibile che l’avessero lasciata da sola in quelle condizioni?” …a quel punto la guardo in faccia e noto che è completamente pallida in volto. Mi preoccupo visibilmente, la chiamo per nome, e le dò un paio di schiaffetti sulle guance per farla riprendere.
Lei alza la testa e riprende immediatamente colore, si accorge di me, e mi chiede di andare a riprendere la borsetta che aveva lasciato ad una festa privata, in una villetta dall’altra parte del fiume Calore. Acconsentò alla sua richiesta e continuò a portarla in braccio fino al suddetto luogo, ed arrivati lì davanti troviamo la sua borsetta che aveva lasciato per terra vicino ad un lampione. Lei si siede su una panchina lì a fianco e mi chiede di portarle qualcosa da mangiare.
Le chiedo che cosa volesse e lei mi risponde così: “un paio di fette di pane nutellose!”

Notte fonda, ore piccole, e dove potevo mai andarle a prendere lì in zona quel che voleva? Allora decido di entrare in questa villa privata per trovare il pane e nutella in questa festa a cui Lei era evidentemente stata in precedenza.
La assicuro che sarei tornata a prenderla con la sua “merenda” di lì a breve, il più veloce possibile, non l’avrei mai più lasciata da sola come invece avevano fatto altre persone quella sera stessa.
Entro dalla porta principale e sentendo delle voci provenire da una scala a chiocciola che scendeva verso una tavernetta, saluto i pochi presenti e mi dirigo direttamente verso una dispensa in cerca del necessario. Purtroppo la nutella era finita e c’erano solo dei tramezzini con prosciutto e sottilette, pronti per essere tostati.
Chiedo un po’ in giro dove trovare altro pane, e non avendo ricevuto risposte soddisfacenti, continuo a cercare da me.
Poco più tardi, aprendo una vetrinetta, trovo un filoncino di pane, ma mi manca ancora la Nutella…
I toni scuri dell’ambiente della festa privata improvvisamente si schiariscono e vengono inondati da una forte luce…Mi sono appena svegliato!

Il primo pensiero che mi viene in mente è di preoccupazione: “E ora? Come farà Lei senza di me???”

Autobots contro Decepticons… e io che c’entravo?

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Mi trovavo su quella che suppongo potesse essere un’astronave aliena, e per la precisione di una delle due fazioni di Transformers: Autobots o Decepticons.
Non ricordo nemmeno se ero un infiltrato alleato degli Autobots, o fossi uno schiavo umano dei Decepticons che era riuscito a fuggire dalla propria cella.
In tutto questo indosso una specie di costume da cosplayer dei Transformers, per non farmi riconoscere come umano (e quindi nuovamente imprigionato).
Nel mio vagare per l’astronave, ad un certo punto mi ritrovo in una specie di “zona ricreativa” per gli schiavi umani (che poi, schiavi per fare cosa, mica l’avevo capito… o perlomeno, ora non lo ricordo…).
In questa zona ricreativa, dove c’erano anche un biliardo, un flipper e altri intrattenimenti tipici da bar, incontro una faccia conosciuta, una ragazza che per comodità chiamerò R.
Anche R. era stata catturata e vedendo in me un possibile salvatore da quella situazione, mi salta letteralmente addosso abbracciandomi.
La cosa risulta un po’ imbarazzante per me, perché nella realtà non ho tutto questo grado di confidenza con R., ciononostante non mi sottraggo al “free hug”, e nel frattempo, dopo essermi spogliato del cosplayer da Transformer, mi fermo a parlare con lei per capire se effettivamente c’è possibilità di fuga da questa astronave.
Nel mentre del discorso, seduti su un divano, da alcune scale che portavano alla zona ricreativa scende un’altra persona a me conosciuta: “Lei”: ha i capelli corti come l’ultima volta che ci incontrammo.
Lei mi guarda, io la guardo, lei ci guarda e alla fine stizzita ritorna da dove era venuta risalendo le scale.
A quel punto, per non incorrere in qualche equivoco o malinteso, dico a R. che dovevamo rimandare la conversazione perché ora avevo qualcosa di molto più importante da fare.
Salgo le scale rincorrendo Lei, e mi ritrovo nella zona alloggi per gli “schiavi umani” (continuerò a chiamarli così…).
Dopo essermi affacciato in alcune stanze alla sua ricerca, riesco a ritrovarla, distesa su un letto che guarda il soffitto. Senza dirle niente mi siedo di fianco a lei sul letto.
Lei con lo sguardo sempre rivolto verso l’alto mi dice: “Non ci sono più speranze…”
In quel momento non riesco a capire se si riferisce alla nostra situazione lì sull’astronave aliena, o si riferisce al rapporto tra noi due, immaginando che io sia coinvolto in un’altra relazione sentimentale, magari stesso con R. con la quale parlavo seduto sul divano poc’anzi.
Io a quel punto le chiedo: “Per chi? Per noi in generale?”
E Lei: “Per te”, e nel frattempo aveva abbassato lo sguardo verso di me.
A quel punto io, sempre guardandola negli occhi, e accennando un mezzo sorriso ironico le chiedo: “O per te?”
Lei non mi risponde, lì per lì resta in silenzio, poco dopo mi dice che è stanca, ha sonno, e vuole dormire. Chiude gli occhi.
abbracciati_a_lettoAncora seduto di fianco a Lei sul letto, apro bocca e le dico: “Allora resto con te a farti compagnia…” e mi distendo anche io di fianco a lei cingendola col mio braccio sul suo addome.
Lei non ha alcuna risposta di stizza, mi ha accettato al suo fianco, e restiamo così, in pace, a riposare.

Arrivati qui, il sogno finisce, e mi sveglio.

Saluti e abbracci onirici.

abbraccio-1Si torna a parlare di sogni, questo l’ho fatto nella notte tra sabato e domenica, ed è solo la fine di un sogno ben più articolato ma, appunto, racconto solo la fine perché ben più vivida nei miei ricordi, e soprattutto perché non sognavo questa persona da mesi e mesi.

Non sapevo bene dov’eravamo, se alla fine di una festa di compleanno o di un matrimonio, so solo che, caso strano, come “bomboniere”/regalo agli ospiti venivano donate porte di calcio regolamentari (però erano leggere e pieghevoli, così da poterle portare sul cofano di un’automobile).
Mentre me ne sto andando dalla “festa”, incontro Lei con cui non mi frequentavo da tempo, da quando ormai si era messa con un altro ragazzo.
Stranamente mi viene incontro, e dice che voleva salutarmi perché sarebbe partita per un viaggio di 2 settimane (non so per dove, non so se di piacere o di lavoro).
Bacetti sulle guance di rito, poi però vedo che sulla parte sinistra del suo volto, c’è una specie di rivolo di sangue essiccato, o forse una leggera cicatrice.
Le scosto i capelli dalla fronte per vedere se si fosse ferita precedentemente, ma non trovo niente e Lei (che in quest’occasione
era senza occhiali come le prime volte che uscivamo assieme), mi dice di non preoccuparmi e nel farlo, mi abbraccia affettuosamente.
Io ricambio l’abbraccio, e mi sembra quasi come se tutti i casini che erano successi negli ultimi anni tra noi, non ci fossero mai stati. Era assurdo perché nel frattempo, c’era anche l’attuale ragazzo che la aspettava in un’auto parcheggiata lì nei pressi.
Alla fine parliamo pure di questa cosa, che ci eravamo mancati, e che sarebbe stato bello riprendere i rapporti.
Nel frattempo, i miei compagni di viaggio con cui ero in macchina, mi mettono fretta, quindi io e Lei ci salutiamo un’altra volta con baci sulle guance e un secondo e ultimo affettuoso abbraccio.

Più tardi mi sveglio, e non riesco minimamente a comprendere come Lei mi sia tornata in mente e in sogno, pur non avendola né vista, né pensata nelle ore e nei giorni precedenti a questa vicenda onirica. Mah!

Sogno…

Stanotte ho sognato che io e “la mia scimmietta”, dopo tanto tempo che non ci vedevamo, ci siamo reincontrati e nel salutarci, non abbiamo potuto desistere al desiderio di baciarci.
Assurdo ed incredibile, considerando le ultime vicende tra me e la mia “pollastrella”!

Studente fuorisede… di nuovo?

IMG_1872No, non sto dicendo che sto pensando di tornare all’università e di prendere anche casa, assolutamente no.
E’ che stanotte mi è capitato di sognare di tornare ad esserlo.
Il luogo dove si svolgeva tutto era una casa universitaria, però tipo ostello della gioventù cioè con una grossa camerata con una decina di letti. Dietro e affianco ad ogni letto c’erano una libreria, una scrivania, un comodino, ricreando quindi in un ampio spazio quella che dovrebbe essere la consueta camera di uno studente fuorisede.
Non ricordo se mi trovavo nei dintorni di Fisciano e Lancusi (dove effettivamente sono stato fuorisede qualche anno fa) o se era qualche altro paese, dico questo perché da come era la via in cui si trovava il portone di questa casa, non mi sovviene niente in mente.

Comunque il numero civico era il 411b, e la padrona di casa (di cui non ricordo il volto) al mio ingresso sulle scale che portavano all’appartamento nel quale avevo affittato un letto, mi dice che mancavo da anni, ma che aveva conservato e tenuto tutte le mie cose in ordine, e che avevo ancora due settimane già pagate in cui potevo restare lì a dormire.
Il letto aveva le stesse lenzuola e piumone che utilizzavo quando ero universitario fuorisede. Incredibile!
In questo momento non ricordo nemmeno chi abitasse con me, e quante persone fossero, e nemmeno il motivo per il quale ero tornato dopo un sacco di tempo nella “stanza” che avevo ancora in affitto seppur per poco.
Credo che in un certo senso mi sia fatto influenzare da ciò che avevo fatto nella serata di ieri, ovvero passare all’ultima festa universitaria dell’UniSannio qui a Benevento.

Sindrome di Peter Pan?
Probabile.
Mah…

Scrivo post in attesa di far pace col figlio di Ipno e della Notte…

E fu così che la Coppa del Mondo 2014 la vinse la Germania…
Ecco, ora che ho attirato la vostra attenzione, sappiate che questo post non tratterà di calcio, della partita in sé, e di tutto il circo mediatico che ci ha girato intorno.
Quella che si è appena conclusa è stata una domenica sui-generis (sembra che io voglia per forza trovare delle citazioni della ex band di Phil Collins e Peter Gabriel, ma non è così…).
L’amico Cienzo è partito per una crociera di una settimana; mia sorella è andata a Napoli (accompagnata da mia madre) per sostenere un esame nella giornata di domani, a casa ci siamo trovati solo noi tre maschi (io, mio padre e mio fratello).

Stamattina mi son svegliato dopo sole 4 ore di sonno (mi pare quasi di essere tornato a 2 anni fa), stanotte sono andato a letto per sfinimento.
Durante la giornata ho avvertito in un paio di occasioni la voglia di andare a riposare un po’, ma non ci sono riuscito, il corpo era stanco, ma la mente non aveva voglia di spegnersi.
Nel pomeriggio ho rivisto gli amici Mari e Ub, tornati ieri da Venezia per reincontrare parenti e amici, e ci siamo presi un caffé, facendo inoltre conoscere loro la mia “scimmietta” Serena.
Ci tenevo particolarmente a farli incontrare, ed è stato un pomeriggio amabile.
In serata ho poi visto la finale Germania Argentina con gli amici Rutio, Mar-Io e Armand, ma ci siamo persi stupidamente la rete della vittoria.
Un giro in centro, e poi poco meno di un’ora fa son tornato a casa.
Come mio solito non riesco mai ad andare subito a letto, e ancora non so a che ora riuscirò a cadere sfinito sotto il martello del dio Morfeo (A Morfè, di ‘sti tempi mica basta un fazzoletto imbevuto di cloroformio! E’ una gara di resistenza!).
Intanto non so cosa mi aspetterà domani, se non in prima serata l’impegno del Memorial Simeone, secondo torneo di calcetto al quale parteciperò quest’anno.

Domani saluterò per diversi giorni anche la suddetta “quadrumane”, e non so proprio come mi sentirò prossimamente…

Al cospetto del venerabile sciamano.

Devo dire che sogni così dettagliati ogni tanto riesco ancora a farli, e questo qua, appena mi son svegliato, mi ha quasi fatto riflettere su quello che cercava di comunicarmi.

Il sogno iniziava in una giungla amazzonica, africana, indiana, non so dirlo, ma possiamo definirla senza problemi, “equatoriale”; una giungla così fitta che quasi non penetravano i raggi solari, ed era sempre difficile definire che ore fossero in un determinato momento della giornata.
In questa giungla c’erano diversi complessi monumentali, costruiti in pura e semplice roccia, e molto antichi, forse anche di migliaia di anni.
Questi complessi monumentali erano degli pseudo altari, colonnati, portici; e tutti insieme erano un’attrazione turistica del luogo, rinomata per la qualità delle divinazioni fatte dagli sciamani lì presenti, uno su ognuno di questi altari.
Non c’era un livello che definisse quale sciamano fosse migliore di un altro, ma la cosa particolare, è che seppure fossimo da tutt’altra parte del mondo, questi sciamani erano talmente acculturati che riuscivano a comprendere e a disquisire in italiano, o in qualsivoglia altro linguaggio si fossero trovati a parlare.

La divinazione effettuata da questi sciamani era composta di tre fasi, quasi simili tra loro, e la riuscita di ogni fase portava ad un diverso esito nella sfera sociale, emotiva ed economica di chi voleva prestarsi ad essa.
Dall’alto di questi altari, bisognava lanciare dei mucchietti di polvere (ora non ricordo di che materiale si trattasse precisamente), e in base al vento, ai movimenti che faceva questa polvere nell’aria, dove si andasse a posare, e chi si trovava ad influenzare l’andamento della polvere nell’aria, lo sciamano di turno riusciva con estrema minuzia, a darti una previsione su ciò che ti sarebbe potuto accadere nel futuro prossimo e in quello remoto.

Decido quindi di prestarmi anche io a questa famosa e rinomata arte divinatoria degli sciamani del luogo, ma sbaglio il primo lancio di polvere, e dei ragazzini del luogo, si divertono a soffiarla o muoverla nell’aria, facendo fallire questa mia prima fase che non ricordo a quale ambito si potesse riferire (in realtà non ricordo nemmeno gli altri successivi…).
Il secondo lancio va invece bene, getto senza problemi il mucchietto di polvere, e seguo le istruzioni dello sciamano, che mi dice prima di soffiare, e poi in che senso, e con quale mano muovere la polvere sospesa in aria.
Il terzo lancio, per come fa finire la polvere a terra, è il migliore di tutti e tre, e lo sciamano mi dice che è andato talmente bene, da aver annullato l’esito negativo del primo lancio, e che per questo, ho la possibilità di un lancio extra, oppure di poter andare anche presso gli altri altari degli sciamani e tentare di fare un’azione determinata, al fine di indirizzare verso di me anche altri flussi positivi e benefici (però, ora che scrivo, non ricordo nemmeno cosa dovessi fare in questo caso).

Successivamente, lo sciamano mi sorride amichevolmente, mi dice che gli sono risultato molto simpatico, e che sarà anche grazie al mio carattere che potrò realizzare quelli che sono stati gli esiti previsti dalla divinazione da lui fatta, mi abbraccia e si fa fare una foto con me, non aveva intenzione di dimenticare una così brava persona, una persona così positiva, e voleva che anche io facessi altrettanto con lui, ovvero non dimenticarlo, al fine da poter sempre ripensare a quel che mi aveva detto, e così facendo indirizzare la mia vita futura.

Ora non so i tre lanci di polvere a quale ambito della mia vita si riferissero, ma mi pare di ricordare che lo sciamano mi abbia detto pressapoco questo:
“Tu hai un gran futuro davanti a te, una grande fortuna e felicità, ma non sarà facile ottenerla, dovrai faticare, sacrificarti, e aspettare ancora diverso tempo, ma la ricompensa finale sarà proporzionale alla fatica e all’attesa stesse. Non ti arrendere mai, anche se tutto ti sembrerà andare contro, e cerca di restare sempre sereno anche davanti alle avversità che ti si pareranno davanti. Ricordati infine che non sarai mai completamente solo, perché ci sarà sempre qualcuno, tra amici e parenti che ti sosterrà nel tuo percorso vitale. Pensa sempre positivo perché resti comunque tu il principale artefice della tua fortuna”.

Mi dispiace solo di non aver scritto prima tutto questo appena svegliatomi, magari sarei stato molto più esaustivo a riguardo. Incrociamo le dita, e mai dire mai come sempre.

Sogni/segni di cambiamento? Inception mi fa un baffo.

Era da un po’ di tempo che non mi capitava di scrivere qui uno dei miei tanti sogni, ma se qualcuno di voi è già affezionato lettore di queste pagine virtuali, saprà che quelli che riporto qui sono sempre sogni particolari, quasi mai banali.
Nel caso di quello fatto stanotte, come spesso mi è capitato, c’erano diverse faccende e fatti il più delle volte neanche connessi tra loro, ma che si intrecciano senza alcun ordine tra loro. Difficile trovare il capo della matassa onirica, ma ci proverò; i numeri con cui sono segnati i fatti non è cronologico, ma è solo per rendermi conto quante cose diverse ho sognato. Inception mi fa un baffo.

1) Ero a casa di mia nonna materna, ora di colazione, e a parte me che ero rimasto suo ospite anche per la notte, c’è Lei con il suo attuale ragazzo. Sapendo i non buoni rapporti che ci sono tra noi, cerco di evitare un incontro che sia per andare in bagno, o per mettere lo zucchero nel latte.

2) Mi ritrovo in una valle sperduta, con un parcheggio in terra battuta dove sono presenti alcune automobili tra cui la mia Fiat Bravo. Il “parcheggio” è vicino ad un paesino/villaggio, abbarbicato sulla montagna vicino, un villaggio scavato nella roccia, quasi come i villaggi incas di Machu Picchu (non so se ho reso l’idea, cercate qualcosa su google, altrimenti che ci sta a fare?). La particolarità è che il “parcheggio” è coperto dal costone della montagna, come a riparare il tutto, e nella volta rocciosa su di esso, ci sono appese diverse cose, mantenute con diverse reti e corde. Non ricordo bene se erano tipo festoni, illuminazioni, o qualcos’altro, ma l’equilibrio era precario, e il tutto era mantenuto da un singolo nodo.
Non ricordo nemmeno che occasione c’era di preciso, so solo che poco prima di andarmene, inavvertitamente sciolgo questo nodo, e vedo ben presto davanti a me, sfilacciarsi tutte queste reti e corde, e la ragnatela creata ad arte da questa popolazione montana si sfalda cadendo inevitabilmente sulle macchine parcheggiate sotto.
Il caso vuole che la mia Bravo non era direttamente sotto questa rete, ma poco fuori dalla traiettoria, quindi non viene minimamente toccata dalla caduta di tutto ciò.
Sotto però resta l’auto dell’attuale ragazzo di Lei, con entrambi dentro. Io vedo il tutto, ma non me ne interesso, e me ne vado con l’auto, uscendo dal parcheggio.

3) Sono in una specie di piccolo canyon, terra rossa, un po’ di deserto, qualche cactus qua e là. Trovo un divano in pelle, di quelli vecchi tipo il divano de I Simpsons. Il canyon è come se fosse in un buco, un’insenatura, e non si può uscire direttamente a piedi, visto che era in alto, e non era nemmeno facile da scalare visto la parete ripida. Con me un paio di persone indistinte, non ricordo i loro volti, ma mi sembravano come rassegnati al loro destino, ovvero vivere o sopravvivere in questo angolo di mondo dimenticato da dio.
Prendo due cuscini da questo divano, per capirci, quelli dove ci si siede, però questi non erano voluminosi, ed erano molto leggeri, come se fossero cavi, pieni solo di aria.
Ne metto uno sotto ogni braccio, vado su una montagnola del deserto, quei piccoli rialzi rocciosi di neanche una decina di metri, e prendo lo slancio per prendere il volo, usando i cuscini come ali, membrane tipo quelle dei pipistrelli.
Preso lo slancio faccio un po’ di pratica sbattendo le “ali” improvvisate e planando per prendere confidenza con le correnti ascensionali calde di questo deserto.
Acquisita abbastanza altezza, saluto quel paio di persone lì presenti, e vado all’avventura, dicendo loro che sarei andato in cerca di qualcuno per aiutarli ad uscire da lì.
Riesco quindi a raggiungere il buco dal quale si poteva uscire e ritorno all’area aperta con un volo d’angelo, sorprendendo chi mi aveva visto uscire da lì.

4) Sembra che mi ritrovi nella valle di prima, quella del villaggio scavato nella parete della montagna. Lì c’è un locale o una discoteca. C’è gente che vorrebbe entrare, ma non ha l’invito, o abbastanza soldi per corrompere chi è all’ingresso. Assisto alle classiche scene di chi resta nel parcheggio o in fila fuori da una discoteca, facendo quindi conoscenza con chi era nella stessa situazione, e cercando di trovare una soluzione comune pur di riuscire ad entrare. Io dico a tutti questi che non vale la pena di restare lì fuori, in attesa di vivere un paio d’ore in una bolgia umana. Mi guardano straniti, non comprendono quel che dico. Alzo i tacchi e li lascio al loro destino.

5) Lo scenario cambia nuovamente, credo di essere fuori una sede Mediaset, ed è presto detto perché sia convinto di questo. Sono in una sala d’attesa, una specie di open space, in una struttura tutta in vetro, una specie di anticamera del palazzo. Mentre sono su uno dei divanetti, aspettando non so cosa o chi, dalla porta principale del palazzo, esce Barbara D’Urso, molto più giovanile di quanto non possa sembrare in televisione.
Si siede pure lei su uno dei divanetti vicino al mio, e caccia dalla borsa un cellulare, andando a controllare la propria attività virtuale (twitter, facebook, mail eccetera). Ad un certo punto la D’Urso trova difficoltà a vedere una cosa sul suo smartphone, e quindi mi chiede assistenza. Dapprima mi si siede accanto, poi vedendo in me una particolare competenza, pian piano dal bracciolo del divanetto, mi si siede sulle gambe, per farmi vedere meglio cosa cercava di fare sul suo cell.
E’ in questo frangente, quando sembra che ci sia addirittura qualcosa di più di una semplice conoscenza tra me e Barbara D’Urso, che entra in questo open space Lei, in cerca di non so cosa, informazioni o forse un ticket per il parcheggio fuori.
Trova quindi me con la D’Urso addosso, lì per lì ci resta di sasso, esce fuori, e dopo rientra con un sorriso del quale non riesco a comprenderne la natura precisa. Stranamente, mi rivolge la parola (non lo faceva da mesi) e sembra felice in superficie ma contemporaneamente è come se fosse gelosa nel profondo.
Vedendo che io non ero molto propenso al dialogo, soprattutto dopo che nel passato Lei aveva rifiutato i miei numerosi tentativi di riconciliazione o di quieto vivere alla presenza di altri, le rispondo acidamente.
Lei sembra accusare il colpo, e io rincaro la dose rinfacciandole che fino a quando mi aveva visto da solo, non mi aveva rivolto la parola, e invece appena mi vede con un’altra donna cambia immediatamente idea?
Stizzita Lei se ne esce di nuovo fuori sbattendo la porta di vetro.
Mi godo la mia piccola rivincita.

6) Sono in cerca della mia Fiat Bravo, ricordavo di averla parcheggiata nelle vicinanze ma non riesco a vederla ad occhio; ci sono tutte le automobili parcheggiate prima dove c’era anche la mia, ma è proprio la mia che manca. Mi è stata rubata? E’ stata sequestrata dalle forze dell’ordine per chissà quale motivo? Eppure non era né nelle strisce a pagamento, né in sosta vietata, né sulle strisce pedonali. Nessuno sembra sapere che fine abbia fatto…
Inizio a scervellarmi, cercando di ricordare cosa avevo fatto fino a quel momento, ma niente, nella mia mente appaiono solo frammenti di ricordi, volatili e fulminei e impossibili da carpire. Non riesco a capire come abbia fatto a non ritrovare la mia automobile, eppure è vecchia, disastrata, più vicina alla rottamazione che all’effettivo funzionamento, ma mi preme ritrovarla: al suo interno ci sono le mie due valigie e il mio zaino con tutti i miei documenti, soldi, e memorabilia.
Mi rassegno e mi incammino a piedi per strada. Non ricordo nemmeno qual è la destinazione, so solo che devo camminare.
Non so come riesco a capirlo ma mi ritrovo in una provincia francese, eppure non ci sono insegne e non ho incontrato persone che parlino francese, eppure ne ho la certezza.
Mentre cammino, ad una fermata dell’autobus reincontro due mie ex colleghe della triennale di scienzecom a Fisciano. Sono Donata e Flora, Donata ha in braccio un bebé, ma non so se sia maschio o femmina, e non so nemmeno se sia addirittura il suo.
Le chiamo, loro si girano, e si sorprendono di ritrovarmi lì, di rivederci dopo anni addirittura in una nazione che non è la nostra.
Mi dicono che stanno aspettando questa corriera, ma che non accenna a venire. Io dico loro che ho perso la mia Fiat Bravo. Flora mi dice che ne aveva vista una nel parcheggio di una concessionaria lì vicino.
Ritrovo un barlume di speranza, mi faccio raggiante in volto, le ringrazio e corro verso questa concessionaria indicatami.
Arrivo a destinazione, giro nel parcheggio antistante la concessionaria, ma non riesco a trovare la mia Bravo. Sto quasi per rassegnarmi, quando penso che forse potrebbe essere anche all’interno di uno dei saloni.
Entro dentro, e mi ritrovo gli impiegati di questa concessionaria. Non conosco che qualche parola di francese, e non so coniugare che poche frasi che non servono assolutamente al mio scopo. Accenno un misto di inglese e italiano, cercando qualcuno che sappia parlare almeno uno dei due idiomi che conosco meglio.
Si fa avanti un tizio col capello lungo leccato, indossa giacca, cravatta e pantalone blu, e mi ricordo che aveva anche un baffetto quasi alla Salvador Dalì. Pensando che fossi in difficoltà, e lo ero, mi rincuora e decide di darmi una mano, e in più mi dà anche una 10 euro, visto che ero rimasto senza soldi.
In un buon italiano l’impiegato della concessionaria mi dice che hanno sì una Fiat Bravo, gli era stata loro portata dai vigili urbani del luogo, e loro tenendo conto del fatto che era una vecchia macchina straniera (anche se alla fin dei conti è solo del 1996) l’avevano messa in esposizione in uno dei saloni della concessionaria, come se fosse una vera e propria opera, un pezzo da esposizione.
Finalmente la ritrovo, è proprio la mia auto, la targa corrisponde, e vedo il pupazzo del polpo Momo davanti e quello di Homer Simpson dietro. Nel bagagliaio ci sono tutte le mie cose, compreso il mio portafoglio nello zaino. Lo apro e ritrovo tutto: documenti e 250-300 euro che mi servivano per la mia vacanza.
Restituisco la 10 euro all’impiegato col baffetto, e riprendo le mie valigie.
Tutto felice decido di lasciare loro la Bravo, ma mi sarei ripreso i miei effetti personali al suo interno, come i pupazzi, libretto di circolazione, ed altre cose.
Ringrazio ancora tutto il personale della concessionaria e me ne vado.

7) Sono in un labirinto, un dungeon, ci sono statue enormi tipo draghi o gargoyles all’ingresso di ogni grotta. Botole, passaggi segreti, stanze che si muovono dopo ogni mio attraversamento. Non riesco a trovare una via d’uscita. Vago all’interno di questo sotterraneo labirintico per non so quanto tempo, ma alla fine riesco a sbucare in un maniero, un villone.

8 ) In questo villone è in corso una specie di asta di beneficenza, una maratona Telethon o roba simile. In ogni enorme stanzone c’è qualcosa per cui si cerca di vendere oggetti o competenze. C’è un sacco di gente tra persone sconosciute e amici vari, alcuni di questi amici gestiscono chi un mercatino delle pulci, chi tiene un corso di chitarra per principianti, chi lavora in una pizzeria con un forno tipo catena di montaggio automatica in cui si inseriscono gli ingredienti e alla fine del processo bisogna solo prendere con un piatto la pizza che esce da questo forno.
Non mi è ben chiara la causa per cui tutti questi amici in questo villone si affannano a racimolare soldi dalla gente che è lì di passaggio.
Cammino per le stanze, e trovo anche Lei col ragazzo. Lei mi nota ma fa finta di non avermi notato, continuando a fare “public relations” con le persone.
Cambio stanza e mi ritrovo in una specie di atrio con una televisione gigante e un divano sul quale altre persone stanno vedendo una VHS di qualche vecchio film.
Per un po’ mi siedo con loro, ma non riesco a capire di quale film si tratti, il nastro della VHS è rovinato, e sono più le immagini distorte che quelle effettivamente comprensibili.
Mi rendo conto di essere l’unico ad avere di questi problemi, le altre persone sul divano riescono a seguire tranquillamente il film.
Mi alzo dal divano e continuo a vagare per il villone.

Il sogno, o per meglio dire la serie di sogni fatta questa notte si ferma qui. Non ricordo nient’altro, e una volta sveglio riesco a comprendere anche perché ho sognato alcune di queste cose, e mi dispiace di non avere sognato altre cose o persone ben più piacevoli.

Prima di andare a dormire ieri sera, su youtube mi era capitato di vedere tra i video correlati un video di Barbara D’Urso sull’autodifesa per le donne. In televisione, sempre ieri sera su canale 5 hanno trasmesso il film francese “Giù al Nord”.
Su facebook, mi era capitato di andare sul profilo di Lei, e avevo notato che ora alla dicitura Impegnata, c’era Impegnata con… dando quindi un’ufficialità alla relazione, dopo un anno e mezzo dall’inizio della stessa, con relativa foto della coppia come immagine profilo di Lei.

Tutte le altre cose sognate non so a cosa possano riferirsi.

Riconciliazione onirica

Ieri sera al Morgana (locale di BN), c’era il concerto degli Oniric, un gruppo beneventano. Nel corso della serata, dopo un bel po’ che non la vedevo, ho rivisto Lei. Era con altri amici comuni, come spesso capita, però non ci siamo parlati o salutati.
Da che ero tranquillo ieri sera, dopo averla vista, mi sono letteralmente inibito, non ero più me stesso, mi sentivo intimidito, non sapevo più che fare; e in un certo senso avrei preferito che Lei si fosse ritirata quanto prima per non influenzarmi con la sua presenza.
Alla fine ci siamo pure ritirati verso lo stesso orario, avendo comunque le macchine parcheggiate più o meno vicine.
Mentre mi stavo ritirando ho trovato pure una rosa lasciata su un muretto, la classica rosa venduta dai tizi del Bangladesh che da settimane, durante il fine settimana, “infestano” le strade del centro storico per alzarsi qualche euro.
Per un attimo ho pure pensato di tornare indietro e senza dire niente dare a Lei la rosa che avevo trovato, ma ho preferito desistere dall’intenzione che avevo.
Stanotte, tornato a casa, in un certo senso ho rivissuto la serata appena passata in sogno, e mentre lei era appoggiata ad una macchina, che parlava con un nostro comune amico, questi mi chiamava più volte, per dirmi di raggiungerli, a malincuore e imbarazzato l’ho raggiunti e io e Lei abbiamo avuto una rinconciliazione, seppur solo onirica.
In pratica mi abbracciava, e quasi in lacrime si scusava del comportamento avuto nell’ultimo anno nei miei confronti, facendomi però presente anche le mie mancanze, il mio comportamento reciproco.

Si dice che si sogna quello che si desidera. Ma questo lo sapevo già.

Come Donnie Darko, ma in cerca di una casa…

Ho ancora idee confuse su come fosse iniziato il sogno fatto stanotte. Il ricordo più lontano si riferisce al prendere un pulmann per andare non so dove. Su questo pulmann mi ritrovo con una specie di megafono con una tastiera alfanumerica sull’impugnatura, ed un pulsante a rilascio.
Questo megafono non serviva per aumentare il volume della voce, ma serviva a trovare le persone dovunque esse stessero, bastava digitare il loro nome sulla tastiera, e poi premere il pulsante come se fosse stato il tasto invio; dopo poco, quasi immediatamente, sul display presente sopra la tastiera uscivano immagini video e informazioni scritte sull’esatta ubicazione in quello stesso momento della persona cercata.

Digito il nome che mi interessava, ed esce un video di Lei, che faceva da comparsa in una fiction di canale 5, stile Cesaroni. Mi risulta incredibile che ora abbia intrapreso la carriera di attrice, e leggo quindi le informazioni scritte a corredo del video: “la… ed… el… mer…” le parole sono frammentate, e non si riesce a capire se quella sia la trama dell’episodio della fiction in questione, o altro.
Decido quindi di andare sul posto, a trovarla, a sua insaputa.

Arrivo in questo luogo, una specie di accademia della recitazione, con un’enorme aula a semicerchio, con tutta la parete come schermo cinematografico di fronte ai posti a sedere (divisi all’altezza del pavimento da sediolini in plastica stile aula universitaria, e gradoni tipo stadio subito dopo questi sediolini).
La trovo seduta lì sui gradoni, sullo schermo vengono proiettate delle scene che dovrebbero servire agli studenti come lezione di recitazione.
Lei mi vede immediatamente, e si altera della mia presenza lì; io le rispondo che non potevo farne a meno, avevo avvertito un brutto presentimento e sentivo il bisogno impellente di stare lì con Lei in quel momento.
Ad un certo punto, nel bel mezzo della ramanzina che mi sta facendo, sento da lontano un forte sibilo, istintivamente la prendo in braccio e corro dall’altra parte dell’aula, tempo pochi secondi e dove era prima seduta Lei, irrompe nell’edificio la fusoliera di un aereo che era precipitato da chissà quale altezza: se fosse rimasta lì sarebbe andato incontro a morte certa.

Senza dire più alcunché mi guarda negli occhi, e vedo che il suo sguardo nei miei confronti è cambiato: le avevo salvato la vita.

Non ricordo perché, ma questo sogno si interrompe, e ne inizia un altro. In quest’altro sogno, sono su un treno che si sta dirigendo in una località presso la quale i passeggeri del treno, potranno ricominciare una nuova vita.
Queste persone erano tutte dei superstiti di un disastro naturale che cercavano quindi un nuovo riparo, e in questo paesino abbarbicato su una montagna, il governo dava la possibilità a chi volesse di prendere possesso di un’abitazione gratuitamente, a patto che fosse la prima persona a mettervi piede. La vera e propria messa in atto del detto. “Chi prima arriva meglio alloggia”.
Sono da solo, anche io ero lì per cominciare una nuova vita, e credo di essere tra i primi a scendere dal treno e a correre verso quella che sarebbe diventata la mia nuova casa.
Con lo zaino in spalla corro per le vie di questo paese, alla ricerca del posto per me, ma incredibilmente trovo tutto occupato. Persino in alcune specie di scantinati, adibiti come meglio si potesse a cellula abitativa, trovo tutto occupato.
La sera sta calando, e di una casa da occupare non ce ne è nemmeno l’ombra, sempre con lo zaino in spalla, accantono per un attimo la ricerca, e mi dirigo verso la piazza del paese, dove è in corso una festa di benvenuto per tutti i nuovi residenti.
In piazza vedo persino Lei col suo nuovo ragazzo, ma visto che ultimamente si è dimostrata sempre indifferente con me, decido di non salutarla e vado verso il bancone del pub per prendere qualcosa da bere.
Mi si affianca un’amica, Nunu, che mi chiede se fossi riuscito a trovare una casa. “Ancora no” le rispondo, e mentre stavamo parlando, viene Lei verso di noi con un sorriso stampato sulle labbra sussurrandomi una frase che non riesco a capire.
Le chiedo di ripetermi le parole, ma un’altra volta non le comprendo; non voglio sfotterla, glielo faccio presente, e le chiedo gentilmente di scandire meglio la frase, magari con un tono leggermente più alto.
Sempre sorridendo, con un’aria innocente mi chiede quindi: “Per favore Alberto, puoi far finta che siamo di nuovo amici?” 

Resto basito da questa frase, veramente non so cosa risponderle, dopo tanto tempo che non ci parlavamo più come una volta. Purtroppo non so come è andata a finire, perché lo squillo insistente del telefono di casa, mi ha bruscamente svegliato, facendomi restare con un palmo di naso.

E ora?